INGMAR BERGMAN
parte terza: 1973 - 2003
CIRCOLO DEL CINEMA DI BELLINZONA
settembre 07 - maggio 08
PRESENTAZIONE

di Michele Dell'Ambrogio

È al tempo stesso molto facile e molto difficile creare sogni al cinema. Qualche volta io ci sono riuscito, e questo mi affascina molto. Tarkovskij, quando non faceva Tarkovskij, ci riusciva meravigliosamente. Lo specchio è uno dei film più straordinari che siano mai stati fatti. Ieri parlavamo di Aurora. Aurora è al tempo stesso un racconto di fate, una soap-opera e un sogno. E ciò che affascina non è la soap-opera, non è la fiaba, ma il sogno. Io penso che se decidi di mettere in scena un sogno e ti dici: “Con la cinepresa e con tutte le macchine di cui dispongo, creerò un sogno”, non ci riuscirai mai. Ma se racconti semplicemente la tua storia, questa può essere un sogno meraviglioso. (1)

Se voglio essere veramente sincero, devo dire che per me l'arte (e non soltanto l'arte cinematografica) è senza importanza. La letteratura, la pittura, la musica, il cinema e il teatro si generano e si nutrono di se stessi. Nuove mutazioni, nuove combinazioni sorgono e si distruggono; visto dall'esterno il movimento sembra di una vitalità febbrile, alimentata dalla superba sollecitudine degli artisti a proiettare davanti a sé e a un pubblico sempre più distratto un mondo che non si cura più di ciò che essi pensano. (…) Se considero tutti questi inconvenienti e nonostante tutto pretendo di voler continuare a “fare dell'arte”, è per un motivo molto semplice (lascio da parte le ragioni puramente materiali). Questo motivo è la curiosità. Una curiosità senza limiti, mai soddisfatta, continuamente rinnovata, insopportabile, che mi tormenta, non mi lascia mai in pace e ha preso completamente il posto della mia fame di partecipazione dei primi tempi. Mi sento come un prigioniero che, di ritorno dopo una lunga pena, sbarca improvvisamente nel fracasso e nel tumulto della vita. Vengo preso da una curiosità che è impossibile tenere a freno. Annoto, osservo, guardo dappertutto: tutto è irreale, fantastico, spaventoso o ridicolo. Afferro un pulviscolo che vola nell'aria: forse è l'inizio di un film. Quale importanza può avere? Nessuna, ma io lo trovo interessante e quindi pretendo che sia un film. Vado e vengo con questo oggetto che mi è proprio, che ho catturato io stesso, e me ne occupo con gaiezza o con malinconia. Mi do un gran da fare con le altre formiche, facciamo un lavoro colossale. (…) E questa, solo questa è la mia verità. Non mi importa che sia una verità per qualcun altro e, come consolazione per l'eternità, è evidentemente un po' magra, ma come base di un'attività artistica per i pochi anni che restano è evidentemente più che sufficiente, almeno per me. Essere un artista per proprio conto non è sempre piacevole, ma ha un vantaggio straordinario: l'artista divide la sua condizione con ogni essere vivente che, anch'egli, esiste solo per se stesso. In fin dei conti ciò crea senz'altro una fraternità abbastanza grande nel seno di una comunità egoista, sulla nostra terra calda e sporca, sotto un cielo freddo e vuoto. (2)

Ingmar Bergman

  • da Olivier Assayas e Stig Björkman, Conversazione con Ingmar Bergman, Torino, Lindau, 1994 (1)
    e da Ingmar Bergman, La pelle di serpente, prefazione a Persona, in Images, Paris, Gallimard, 1992 (2)
    INGMAR BERGMAN parte terza 1973-2003


Gli anni Settanta segnano per Bergman il definitivo passaggio al colore, già sperimentato in A proposito di tutte queste signore (1964) e in Passione (1969); ma il direttore della fotografia rimane quello di sempre, il grande Sven Nykvist. Sul colore il regista svedese è assai scettico: dichiara che il bianco e nero è la cosa più bella, perché con esso si invita il pubblico a “vedere i colori di un film”. Eppure nessuno potrà rimanere insensibile a quello “splendido interno rosso con donne” (come lo definisce Fernaldo Di Giammatteo) che è Sussurri e grida (1973), il film che apre questa terza parte della retrospettiva, dove il rosso è “il colore dell'anima”, alle prese con la malattia, la morte e la ricerca della reciproca comprensione.
Sono anche gli anni dei film per la televisione, da Scene da un matrimonio a Il flauto magico (magistrale realizzazione dell'antico sogno di cimentarsi con Mozart), da L'immagine allo specchio a Fanny e Alexander sintesi suprema dell'arte bergmaniana), da Dopo la prova a Sarabanda: con il risultato, non sempre gradito allo spettatore cinematografico, che certe versioni televisive (soprattutto nel caso di Fanny e Alexander) sono più vere delle “riduzioni” per il grande schermo.
E sono anche gli anni dei guai con lo stato svedese: arrestato a Stoccolma nel 1976 e accusato di evasione fiscale, Bergman dapprima si ammala, poi lascia il paese giurando di non volerci più tornare. Sono gli anni delle produzioni internazionali, come L'uovo del serpente (1977), coproduzione americano-tedesca voluta da Dino De Laurentiis; e dei film “tedeschi” come Sinfonia d'autunno (1977) e Un mondo di marionette (1980). Ma l'esule finirà per ritornare in patria all'inizio degli anni Ottanta, dove riprenderà il suo posto di direttore del Teatro reale e realizzerà quello che secondo le sue dichiarazioni avrebbe dovuto essere il suo addio al cinema, Fanny e Alexander (1982), il suo film più lungo e più costoso, un film-testamento che riceverà l'Oscar per la migliore opera straniera e il premio della critica a Venezia. Naturalmente non saprà mantenere il suo proposito: già l'anno dopo si rimette al lavoro per girare Dopo la prova (1984), in cui torna a filmare il mondo del teatro rendendo ancora un omaggio a Strindberg, il drammaturgo più amato. Sempre per la televisione, firmerà nel 1986 I due beati (assente dalla nostra retrospettiva); intanto prosegue l'attività teatrale e scrive la sceneggiatura per un film su un frammento della vita dei suoi genitori: il testo (Con le migliori intenzioni) diventerà un romanzo e poi, nel 1992, un film diretto da Bille August che riceve la Palma d'oro a Cannes. Si dedica anche alla stesura di un'autobiografia (La lanterna magica, edita a Stoccolma nel 1987) e di un libro di ricordi e riflessioni (Immagini, del 1992): entrambi i volumi sono subito tradotti in italiano da Garzanti. L'attività di regista cinematografico sembra ormai abbandonata definitivamente; ma Bergman tornerà ancora dietro la macchina da presa in due occasioni: con Vanità e affanni nel 1997, un film per la televisione che non abbiamo potuto recuperare, ennesima riflessione sul ruolo dell'arte nella vita; e poi con l'ultima zampata da vero maestro (sempre per la tv e girato in digitale), Sarabanda (2003), dove riprende i personaggi e gli interpreti di Scene da un matrimonio (Liv Ullmann e Erland Josephson) a trent'anni di distanza, firmando un capolavoro “da camera” scandito dalla musica di Johann Sebastian Bach.
Nel 2008 Bergman compirà 90 anni: a lui vadano i nostri modesti auguri e la riconoscenza di tutti per aver saputo, nel corso della sua lunga e travagliata carriera, elevare il cinema ai massimi livelli dell'arte, aiutandoci a riflettere sul mistero della vita e sulle debolezze dell'uomo.

Michele Dell'Ambrogio, Circolo del cinema Bellinzona

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