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Circolo del Cinema Bellinzona

Un’introduzione al cinema di

DOUGLAS SIRK

settembre 2019 – aprile 2020

DOUGLAS SIRK - immagine

A proposito di Douglas Sirk, nel 1971, Rainer Werner Fassbinder scriveva: "Nessuno di noi, né Godard né Fuller né io né nessun altro, siamo alla sua altezza. Sirk ha detto che il cinema è sangue, lacrime, violenza, odio, amore e morte e ha realizzato film di sangue e di lacrime, di violenza e di odio; film di morte e d’amore. Non è possibile – ha detto Sirk – fare un film su una cosa, bensì solo con qualcosa, con la gente, con la luce, con i fiori, con gli specchi, con il sangue, con tutte queste cose straordinarie che rendono la vita degna di essere vissuta. Ha anche detto che la filosofia del regista è la luce e l’inquadratura. E ha girato i film più teneri che io conosca: sono i film di un uomo che ama la gente invece di disprezzarla come facciamo noi". Fassbinder non conosceva tutti i film di Sirk (una quarantina, tra quelli realizzati in Germania negli anni ’30 e quelli hollywoodiani dal 1939 in poi). Per sua stessa ammissione ne aveva visti solo sei, che "erano i film più belli del mondo". E si trattava di alcuni dei grandi melodrammi firmati per la Universal negli anni ’50 (All that Heaven Allows, Written on the Wind, Interlude, The Tarnished Angels, A Time to Love and a Time to Die, Imitation of Life), sui quali scrive recensioni entusiastiche. In effetti Douglas Sirk, alla nascita Claus Detler (Detlef) Sierck (Amburgo, 1900 – Lugano, 1987) è passato alla storia del cinema come il grande, insuperabile maestro del melodramma, anche se a questo genere approda definitivamente solo nella maturità. Dopo l’infanzia trascorsa in Danimarca con una nonna poetessa, assieme alla quale andava "in un cinemino a piangere tutte le loro lacrime assistendo alla tragica fine di Asta Nielsen e di molte altre bellissime signore truccate di bianco", tornato in Germania riceve un’educazione umanistica (filosofia, arti plastiche, storia dell’arte), scopre il teatro e negli anni ’20 e ’30 mette in scena, soprattutto a Brema e a Lipsia, diverse pièce di Strindberg, Brecht, Ibsen, Schiller, Shakespeare, Shaw.
Finito nel mirino della censura nazista che lo considera un simpatizzante comunista, passa al cinema, realizzando una dozzina di film apparentemente molto diversi l’uno dall’altro, ma in realtà caratterizzati da una coerenza estetica e tematica, e gettando le basi di quella che sarà la sua poetica successiva. In particolare realizza due drammi con canzoni ("melo-drammi"), interpretati da Zarah Leander, la più grande star tedesca acclamata dal Terzo Reich, tanto che il regime, cambiando opinione su di lui, vorrebbe farne il suo cineasta ufficiale. Ma Sirk decide invece di scegliere la via dell’esilio, che dopo un breve periodo in Francia, lo porterà in America. I primi anni sono irti di difficoltà: riuscirà a esordire solo nel 1943 con un film decisamente antinazista, Hitler’s Madman, nel quale John Carradine interpreta il ruolo del carnefice Heidrych, al centro nello stesso anno anche in Hangmen Also Die! (Anche i boia muoiono) di Fritz Lang. Prima di passare alla Universal nel 1950, dove potrà consacrarsi quasi esclusivamente al melodramma, si cimenta in generi diversi, dalla commedia al noir, nei quali comunque continua a perfezionare il suo stile, convinto che in ogni film il linguaggio deve essere assunto dalla macchina da presa, secondo il principio della caméra-stylo teorizzato nel 1948 da Alexandre Astruc e che sarà poi fatto proprio dagli autori della Nouvelle Vague francese. Poi, come detto, i grandi capolavori degli anni ’50, l’ultimo dei quali è Imitation of Life (1959). Dopo di che, all’apice del successo, caso pressoché unico per un regista europeo emigrato a Hollywood, Sirk decide di tornare in Europa, dove si dedica di nuovo al teatro riprendendo il suo nome originario di Detlef Sierck. Tornerà al cinema solo a metà degli anni ’70, realizzando tre cortometraggi per la Hochschule für Fernsehen und Film di Monaco, tra cui Bourbon Street Blues (1978) interpretato dal suo grande ammiratore Fassbinder. Trascorre gli ultimi anni della sua vita in Ticino e muore a Lugano nel 1987. Ma perché, qualcuno si chiederà, abbiamo intitolato questa nostra breve rassegna a scadenza mensile "un’introduzione" al cinema di Douglas Sirk? La risposta è semplice: proprio perché troppo breve e solo parzialmente rappresentativa della sua opera. Da tanti anni i cineclub cantonali tenevano nel cassetto un progetto di retrospettiva dedicata a Douglas Sirk, ma le difficoltà nell’ottenere i diritti per mostrare i suoi film erano tali che ci costringevano di anno in anno ad accantonare l’idea. Ora che qualche spiraglio si è aperto (anche se non sufficiente a realizzare una rassegna che avrebbe dovuto avere qualche titolo in più), abbiamo deciso di provarci con questo assaggino di sei film hollywoodiani, tre degli anni ’40 e tre grandi melodrammi del decennio successivo, che speriamo possano almeno suggerire la maturità stilistica raggiunta da Sirk nella decina di film realizzati per la Universal tra il 1953 e il 1959. E chissà che in futuro le circostanze del mercato non ci permettano di dare un seguito a questa "introduzione"!
Ci piace concludere facendo nostre le parole con cui Fassbinder concludeva il suo testo su Sirk, esprimendo tutta la sua incapacità a tracciare un ritratto completo del grande regista: "Ho tralasciato molte cose che forse sarebbero state più importanti. Non ho parlato abbastanza delle luci, di quanto siano accurate e dell’aiuto che forniscono a Sirk nel trasformare le storie che ha dovuto raccontare. L’unico che può stargli alla pari è Josef von Sternberg. E ho parlato troppo poco degli interni che Sirk stesso realizzava e della loro incredibile accuratezza. Ho esaminato troppo superficialmente l’importanza dei fiori e degli specchi e il loro significato nelle storie narrate da Sirk. Non ho sottolineato a sufficienza che Sirk è un regista che riesce ad ottenere il massimo dai suoi attori: persino degli zombie come Marianne Koch e Liselotte Pulver hanno l’aria di essere umani e riescono ad apparire credibili. E poi ho visto troppo pochi suoi film; vorrei vederli tutti, tutti e trentanove. Forse allora avrei capito di più su me stesso, sulla mia vita, sui miei amici".

Michele Dell’Ambrogio, Circolo del cinema Bellinzona

Nota: Tutte le citazioni sono tratte da Rainer Werner Fassbinder, Imitation of Life. Sul cinema di Douglas Sirk, in I film liberano la testa, Milano, Ubulibri, 1988.

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LO SPECCHIO DELLA VITA


Locandina PDF



Per la concessione delle copie e dei diritti si ringraziano:
  1. MPLC, Zürich
  2. Park Circus, Glasgow
Presentato da:
  1. Circolo del cinema Bellinzona
  2. Circolo del cinema di Locarno
  3. Cineclub del Mendrisiotto

Circolo del Cinema Bellinzona
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Ultimo aggiornamento: 30 agosto 2019

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